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Mazzé, Dora e altro

 

 

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Terza pagina della vasta relazione del dott. Pipino che riguarda la Bessa in generale, la Serra d'Ivrea nel dettaglio e l'oro presente in detta area. E' qui distribuita in quattro pagine e pone finalmente chiarezza su tutto l'argomento. N.B. Qui si parla anche delle Aurifodine e loro conseguenti Cumuli di Ciottoli ancora visibili oggigiorno, del quale argomento c'è un intera sezione dedicata.

 

Le aurifodine di Mazzé e l’oro della Dora Baltea.

 

Le sabbie della Dora Baltea sono notoriamente aurifere, specie a valle di Mazzé, ed oro si trova, con una certa abbondanza, nei terrazzi alti che ne bordano il corso ai piedi dell’Anfiteatro, anche a monte della forra di Mazzé, e su questi si trovano le testimonianze di antiche coltivazioni. Nella boscaglia che ricopre il terrazzo quotato 260 c., sulla destra del fiume,a monte di Mazzé e a nord-est del M. Bicocca, nella località che i contadini locali indicano, non a caso, come Bosco delle Bose, si trovano scavi circolari con diametro di 10 e più metri, profondi ancora qualche metro, nonostante il visibile riempimenti di fogliame e altro; tutt’intorno ci sono cumuli di ciottoli sparsi, ben lavati, con granulometria varia, dal centimetro ai 20-30. La natura dei clasti è quella solita, sopra descritta, e il quarzo è molto abbondante.

Poche diecine di metri a sud, sul fronte del terrazzino quotato 220 circa che delimita la sponda destra della Dora, affiorano depositi alluvionali antichi, discretamente cementati, con limitate lenti di arenarie sabbiose, rari ciottoli granitici in disfacimento e abbondante quarzo, in grossi ciottoli e, soprattutto, in ghiaia e sabbia. Anche l’oro, come ho potuto constatare, è discretamente diffuso, fino al grammo per metro cubo, in polvere e scagliette che raramente superano 0,5 mm di diametro. Nella seconda metà dell’Ottocento la zona è stata oggetto di ricerca mineraria: gli scavi, che ancora si intravedono, interessavano il fronte del terrazzo ed hanno reso la sponda meglio esposta all’erosione nel corso delle piene. Il deposito, visibilmente antico, potrebbe essere parte dell’originario conoide alluvionale sottostante ai depositi fluvioglaciali, di incerta età, che costituiscono il sovrastante terrazzo del Bosco delle Bose.

Poco a valle si estendono terrazzi fluvioglaciali più alti (q 250-270), nei quali non si notano tracce di coltivazione mineraria, anche perché sono stati oggetto di intensa coltivazione agricola, con formazione di terrazzamenti, ancora in epoche recenti; essi, inoltre, sono interessati dal franamento delle argille plioceniche fossilifere, rimaneggiate, che formano la collina morenica di Rocca Pelata, o semplicemente Rocca (q 323), adiacente alla Rocca San Michele su cui sorge il castello. Le due rocche sono separate da profondi canaloni che strapiombano nella Dora, tagliando i terrazzi alluvionali, e sono molto più accentuati di quanto non visualizzato nella tavoletta IGM.

Estese tracce di coltivazione si vedono, invece, sugli analoghi terrazzi dall’altra parte del fiume, a sud di C. Magnoni, nella zona di confine fra i comuni di Villareggia e Moncrivello. L’area interessata si estende per circa 20 ettari, con quota variabile da 250 a 260 m, sopra il Naviglio di Ivrea (q 228), dalla Maddalena alla diga di Mazzé: la località è nota localmente col nome di Frascheia, toponimo non indicato nelle carte IGM. Nella zona, allungata in direzione nord-sud parallelamente al corso del fiume, si riconoscono almeno due terrazzi, con dislivello limitato e irregolare, coperti da mucchi poco elevati, isolati e mal orientati, di ghiaie e ciottoli sciolti, arrotondati, con solita abbondanza di massi di dimensioni maggiori, meno arrotondati. Adiacenti ai cumuli sono spesso presenti buche con diametro di 5-10 m e più, attualmente poco profonde per evidente riempimento parziale. Il tutto risulta alquanto manomesso per il secolare taglio dei boschi e per la raccolta di materiali necessari alla costruzione del sottostante naviglio e della diga. Per quanto riguarda la provenienza dell’acqua necessaria per i lavaggi, appare improbabile un uso diretto delle acque della Dora, troppo bassa, ed è ipotizzabile una captazione nelle colline di Moncrivello dove, fra l’altro, è segnalata la presenza di un Monte d’Oro (CASALIS 1843).

Sotto i terrazzi a fosse e cumuli se ne estendono altri costituiti da materiale prevalentemente sabbioso e limoso, con ghiaia e ciottoli di dimensioni varie, immersi in modo disordinato nel materiale più fine assieme ad abbondanti residui vegetali di diverse dimensioni, piuttosto “freschi”: si tratta, evidente, della discarica del lavaggio dei materiali estratti dai terrazzi soprastanti, convogliata nell’alveo del fiume che, a causa della spinta, in questo tratto forma una marcata curva ad ovest. Il materiale di discarica si confonde, sopra il C.le della Maddalena, con probabili sedimenti alluvionali sottostanti quelli fluvioglaciali, sedimenti riconosciuti particolarmente auriferi dal sottotenente Vallino, il quale vi segnala l’insolita presenza di oro in piccoli granuli, laddove in tutti gli altri campioni raccolti nelle sponde alte della Dora, dallo strato aurifero superficiale, l’oro era sempre sotto forma di sottili scagliette: è assai probabile, quindi, che l’oro più consistente provenisse dal lavaggio dell’originario strato terrazzato più alto, adiacente ai depositi morenici e costituito da materiali (e da oro) più grossolani.

Il terrazzo alluvionale si estende a valle per oltre due chilometri, costituendo la sponda strapiombante della Dora,sulla quale prosegue il Naviglio di Ivrea, e lo strato più superficiale, e grossolano, continua ad essere moderatamente aurifero. Discretamente aurifero, per arricchimento, doveva essere, quindi, l’unico rio di rilievo che taglia il terrazzo, il torrente di Ugliaco, oggi canalizzato, che, difatti, in tempi più recenti è stato ancora oggetto di autorizzazione prefettizia per la raccolta dell’oro. Nei pressi del “Baraccone” e della diga per il canale Depretis, lo strato aurifero, che si trova ad altezze di 5-6 metri sul fiume, viene scalzato da questo, e, localmente, il materiale franato viene arricchito nell’alveo, in posizione difficile da raggiungere. Alcuni appassionati locali hanno creduto di vedere, nella sponda erosa, i resti di canalizzazioni per antiche attività di ricerca: si tratta, in effetti, di locale sovrapposizione di grossi ciottoli, più o meno appiattiti, che rimangono in posto, per un certo tempo, dopo che il dilavamento ha portato via i materiali più fini.

La stessa situazione si verifica, dall’altra parte del fiume, in uno sbancamento lungo la strada che conduce dalla frazione Casale alla sottostante cava di sabbia: in questo caso la svista è influenzata dai vicini e sicuri resti delle antiche coltivazioni minerarie di Mazzé. Questi si trovano nella zona compresa, nelle carte IGM, fra S. Lorenzo e C. Campagnetti, dove è ben visibile un terrazzo irregolare ricoperto da cumuli di ciottoli indicato localmente, e da CASALIS (1842), col nome di Bose. I cumuli, ordinati, alti ed evidenti, possono essere raffrontati a quelli dell’Ovadese, della Bessa e della Valle del Ticino e, come quelli, rappresentano le discariche di antiche miniere d’oro alluvionali (aurifodine) di probabile età romana.

 I cumuli delle Bose di Mazzé si estendono per circa un chilometro in direzione NNWSSE, lungo una fascia con larghezza media intorno ai 400 metri, tanto da ricoprire una superficie valutabile in 35-40 ettari, con quota variabile da 240 a 250 metri. Seppure interessati da evidenti attività forestali, la loro altezza supera ancora, in alcuni punti, i due metri; sono allineati in direzione est e sono intervallati da avvallamenti più o meno profondi che nel margine orientale si approfondiscono, rendendo il margine stesso molto frastagliato. In questi profondi canali è talora possibile vedere che i ciottoli poggiano su sedimenti fini, mediamente cementati che, secondo i relatori settecenteschi, che vedremo, sarebbero parte dello strato aurifero continuo sottostante "i primi colli". I ciottoli costituenti i cumuli sono di forma varia, con spigoli sempre molto arrotondati e diametro variabile da 10 a oltre 50 centimetri, mediamente di 30-40 cm. Molti dei massi di grosse dimensioni si presentano discretamente arrotondati, tanto da far supporre una loro possibile provenienza da originarie molasse oligoceniche. I litotipi prevalenti sono rocce verdi e micascisti: il quarzo segnalato come abbondante in una relazione di Nicolis di Robilant , da me pubblicata (PIPINO 1989), è oggi praticamente assente in superficie, ma se ne trova in profondità e in un canalone ne ho trovato un grosso masso di circa 2 metri cubi,con spigoli ben arrotondati. Il materiale, secondo notizie apprese sul posto, è stato oggetto di intensa raccolta, nel dopoguerra, e il grosso masso fu evidentemente abbandonato per difficoltà di trasporto. Attualmente esso non è più rintracciabile e probabilmente è finito ad abbellire un giardino: ne resta la foto, da me eseguita nel 1987 e recentemente pubblicata (PIPINO 2005). Va ancora detto che il quarzo, nelle due varietà segnalate, è abbondantissimo nelle ghiaie e sabbie trasportate a valle nel corso dei lavaggi.

Una discreta scarpata separa il terrazzo a cumuli da quello sottostante, che si sviluppa con larghezza irregolare di circa 200 metri, con quote variabili intorno ai 220 m. ed è coperto da una fitta vegetazione. Questo, come è ben visibile nella cava in disuso che lo interessa, nella parte centro-meridionale, sotto la scarpata, è formato dalle discariche dei lavaggi del terrazzo superiore: è infatti costituito da materiale eterogeno, ricco di sabbia, limo e resti vegetali, e nella parte alta del fronte di cava si vede la sezione di un canale sepolto, costituito da due file di grossi ciottoli giustapposti a secco, distanti poco meno di due metri. Si tratta, con ogni evidenza, di un canale predisposto nella discarica per agevolare l’allontanamento di torbida successiva, del quale si hanno molti esempi nella più nota e famosa discarica delle aurifodine della Bessa. Le locali condizioni non consentono di vedere eventuali altri canali e nemmeno le gallerie citate nella relazione inedita di Nicolis di Robilant, ma la presenza di queste è probabile, dato che la stessa indicazione, data per la Bessa, si è dimostrata veritiera (PIPINO 1998, 2010).

Nel materiale di discarica sono ancora presenti tracce d’oro, costituite da polvere e sottili scagliette sfuggite ai lavaggi, ma i tenori medi difficilmente superano il decimo di grammo per metro cubo. Ciò non toglie che in alcune incisioni si siano potuti formare discreti arricchimenti, oggetto di sfruttamento nel Settecento e nell’Ottocento, ai quali potrebbero in parte attribuirsi i cordoni ghiaioso-ciottolosi, più o meno paralleli, che si trovano sul terrazzo. Se ne contano almeno sei di discrete dimensioni, lunghi dai cento ai trecento metri, larghi una ventina e alti fino a 5 metri e più, chiamati dai contadini locali “le dita del diavolo”: essi si dipartono dalle incisioni più profonde del terrazzo a cumuli e sembrano, almeno in parte, formati da materiale originato dal ruscellamento delle stesse incisioni, rafforzato e prolungato dai sassi eliminati dai campi laterali, intensamente coltivati fino a qualche decennio fa. Sul più settentrionale di questi cordoni, che sembra anche il più lungo, è impostata parte della strada statale che attraversa la Dora.

Sotto i terrazzi suddetti se ne sviluppano altri, più o meno estesi, con quote medie di 215, 210 e 205 metri; i primi due sono interessati da fitta vegetazione ed indicati col nome di “Boschetto”, l’ultimo rappresenta l’attuale sponda alta della Dora, saltuariamente esondabile. Il tutto sotto forma di lingua prevalentemente sabbiosa che costringe la Dora a formare una stretta curva ad est: è evidente che, come per la curva precedente, il materiale di spinta proviene dal lavaggio del terrazzo fluvioglaciale aurifero e che, nel corso dei secoli, la Dora lo ha terrazzato ma non è riuscita a trascinarlo via. Anche il greto è piuttosto sabbioso, laddove più a valle, nei pressi di Rondissone, diventa più grossolano. L’insolita esclusiva presenza di sabbia nell’alveo del fiume, in questa zona, è attestata già nel Trecento da Pietro AZARIO, che scrive: “… sotto Mazzé verso Rondissone vi e un guado sabbioso, l’unico in tutto il Canavese”. Il guado si trova alla fine della curva suddetta, a est di C. Campagnetti, in località detta Resia o Rezia, e vi passa un’antica strada, forse romana: sulla sponda si notano i resti di un’antica costruzione fatta di grossi ciottoli provenienti dai vicini cumuli, senza visibile presenza di malta.

Le acque necessarie per il lavaggio del terrazzo delle Bose provenivano da ovest, verosimilmente dalla conca, oggi asciutta, chiamata Valle della Motta, una depressione allungata, con quota variabile da 260 a 270, inclusa fra i rilievi morenici di Caluso e di Mazzé. Essa poteva essere un piccolo lago inter-morenico, alimentato da rii provenienti dalle colline circostanti: sembra difficile che potesse essere alimentata dal vicino lago di Candia, che oggi non ha immissari e il cui livello attuale è di circa 230 metri, neanche in fase di massima piena, perché questa avrebbe dovuto superare la soglia dei 276 metri che chiude la Valle a monte. Tuttavia nel Trecento, secondo AZARIO, “…A mezzogiorno…la Dora lasciò un altro lago, che produce buone scardole, lucci e tinche. Oggi si chiama lago di Candia. Un piccolo rivo esce da questo lago e si getta nella Dora presso Mazze”. Ora, poiché non c’è alcuna ragione per dubitare della testimonianza dell’autore trecentesco, così precisa e disinteressata, si può pensare che il lago fosse allora più alto e collegato con la Valle della Motta da una vallecola, oggi non visibile, oppure che questa traesse origine da infiltrazioni delle acque del lago attraverso depositi morenici permeabili.

A valle di Mazzé comincia a trovarsi oro nelle sabbie recenti, oro che proviene ovviamente dalle discariche e, in minor misura, dal dilavamento degli strati alluvionali antichi che affiorano lungo le sponde, ai due lati del fiume, e che oggi, per l’affossamento del fiume e per le opere di difesa idraulica, sono molto meno esposte all’erosione.

Vedi, se vuoi, la prima pagina della "Sezione dedicata alle aurifodine italiane".

 

Altre note storiche.

 

Intorno all’anno 1000, come apprendiamo dalle Honorantie Civitatis Papie, Orco, Malone, Malonetto e Dora Baltea erano compresi tra i fiumi regi oggetti di raccolta dell’oro (PIPINO 2002). Il diritto passò poi ai conti del Canavese e fu ratificato con un’investitura imperiale del 1100 che non ci è pervenuta, ma è citata in atti successivi:in essa, i conti del Canavese Guido e Ottone dichiarano di possedere i feudi di Valperga, Masino, Mazzé, Candia e Castiglione, la castellata di Barone e la metà dei castelli di Rivarolo, Favria, Rivarossa, Oglianico, Pont e le sue vallate, con le miniere d’oro, d’argento e di metalli di ogni genere, acque, corsi d’acqua, ecc., e ne chiedono l’investitura a Enrico IV, che acconsente. Il 6 marzo 1163 Federico I confermò ai fratelli Arduino, Guidone e Guglielmo conti del Canavese tutti i loro possessi e diritti, compreso “...fodinis auri et argenti et omni genere metallorum...fluminumdecursibus”, etc.

Nel Trecento, AZARIO mette a confronto il mascolino Orco con la femminea Dora evidenziando le differenze fra i due fiumi, tutte a favore del primo: per quanto riguarda l’oro, secondo l’Autore misogino ne venivano raccolte grande quantità nell’Orco, anche in grana grossa, mentre nella femminea Dora non ne era mai stato trovato. Nel dicembre del 1561 l’ambasciatore veneto presso la Corte di Savoia, Andrea Boldù, scriveva al suo governo che nell’Orco e nel Malone veniva raccolto oro finissimo, che non ripagava però le spese dei cercatori (; il suo successore, G. Fr. Morosini, ripeteva la stessa cosa nel 1570, aggiungendo la Dora agli altri due fiumi (ALBERI 1839 e 1841). Per BACCI (1587), l’oro si trova nelle sabbie del Po e della Dora. DELLA CHIESA (1635) ricorda “…le granelle d’oro, che in tutti i fiumi di questa provincia, e massime nell’Orco, e nella Dora ordinariamente si pescano”. BRIZIO (1647) assicura che nelle Alpi ci sono rare miniere d’oro e d’argento, dilavate dalle acque del Po, della Dora e dell’Orco.

Il 1° luglio 1704 la comunità di Verolengo riconosceva formalmente i diritti del feudatario su “... pesca dell’oro, e pesci” nelle acque del Po, della Dora e altri corsi d’acqua scorrenti nel territorio comunale, così che il 24 ottobre Vittorio Amedeo Battista Maria Giuseppe Scaglia, marchese di Caluso, Rondissone...etc., Signore di Verolengo...etc., conte di Brusasco...etc., poteva pubblicare un manifesto che proibiva la “..pesca tanto dell’oro, che de’ pesci” senza la sua licenza. Nell’investitura feudale del 15 settembre 1736 al conte Giuseppe Emanuele Valperga, la Camera sabauda si riservava, oltre alle miniere d’oro e d’argento, la “sghiaratura” dell’oro, clausola ripetuta nelle successive conferme agli eredi del feudatario.

Nel dicembre del 1751, di ritorno dal viaggio d’istruzione mineraria in Sassonia, Boemia e Ungheria, e prima di rientrare a Torino, Nicolis di Robilant visitò varie miniere (PIPINO 1999): descrivendo quelle della Val d’Aosta scrive, in particolare: “…Dalle arene della Dora si e da tutti i tempi proceduto alla pesca dell’oro; questo si fa in più luoghi nella Valle e per fino nel piano dove si getta sul Po, dalle quali pesche si ricavano annualmente buona quantità d’oro”. La presenza dell’oro era stata riconosciuta anche nei terreni alluvionali fuori alveo e, verso il 1760, un certo Borelli iniziò lo sfruttamento di alcuni terreni laterali alla Dora Baltea, con lo scavo di canalizzazioni. Della cosa si interessarono Nicolis di Robilant e il suo sottoposto Vallino,i quali riconobbero, nel corso del 1763, la presenza di strati auriferi continui nelle pianure estese dal Canavese al Biellese, dall’Orco al Cervo, e ne proposero sistemi di sfruttamento artigianale con canalizzazioni e lavaggi del tipo di quelli da loro osservati in Transilvania e in Boemia. Il sottotenente Vallino riconosceva che gli strati auriferi della Dora, da Vische a Mazzé, erano mediamente auriferi, ma notava che in questa zona era difficile portare acqua per i lavaggi, mentre poco più a valle (nella zona delle Bose) “…la superficie di questo terreno, che e della medemma natura dell’avanti descritto, vedesi essere stato in parte lavato ne’ tempi antichi, mentre trovansi diversissimi abissi attorniati da cumuli di sassi di rigetto”. Nicolis di Robilant scrive, più dettagliatamente: “…Dirimpetto al luogo di Masse,…si scorgono li veri indizi dell’esistenza dell’oro. Ivi si può congetturare dall’immensa mole di ciottoli sparsa su quelle campagne inferiori, che tali terreni furono lavati in tempi antichi; il che si può con fondamento arguire dai montoni quasi allineati di ciottoli di rifiuto per lo più di natura granitica e di quarzo. In quelle ripe si vedono bocche d’antiche gallerie state spinte sotto tali pianure per lo scavamento di tali strati”. CASALIS (1842), che come noto si rifà a notizie passategli da eruditi locali, afferma che “…Secondo un’antica tradizione, si crede che il tenimento di questo territorio che chiamasi Bose…sia stato intieramente smosso al tempo in cui i romani mandarono i loro schiavi ad estrarre l’oro dalle miniere del Vercellese”. La notizia è in seguito riportata da altri Autori, senza ulteriori aggiunte, ma è contestata da odierni eruditi locali, con argomentazioni vaghe e contraddittorie: “…probabilmente la tradizione leggendaria e semplicemente di origine letteraria, nata in seno alla storiografia locale ottocentesca sulla base delle evidenti analogie fra le nostre Bose e la Bessa” (CAVAGLIÁ 1987).

Verso il 1770 Giovanni Antonio Grosso di Torino si rivolse al re per essere autorizzato ad eseguire ricerche nel Po e in altri fiumi auriferi (Orco, ossia Acqua d’oro, Dora Baltica, Cervo, Sesia, ed Elvo): egli era stato in Spagna, dove aveva appreso “...alcune cognizioni particolarmente circa il modo di pescare li Minerali nell’acqua profonda, per quanta ve ne possi essere”, e riteneva di poterle applicare, specialmente nel Po, con macchine ed ordigni che avrebbero nel contempo resa più agevole la navigazione. Non se ne fece nulla. I feudatari di Mazzé e di Saluggia ottennero invece dalla Camera, il 30 dicembre 1778, un decreto che proibiva la raccolta dell’oro senza la loro autorizzazione e diffidava chiunque dall’ostacolare i raccoglitori da essi autorizzati. Di tanto in tanto la raccolta veniva infatti proibita dai Comuni, con i bandi campestri, per presunti danni al corso dei fiumi (PIPINO 2010).

Con la pubblicazione delle prime Memorie dell’Accademia delle Scienze di Torino, nasceva l’interesse scientifico per l’oro alluvionale piemontese e cominciavano ad essere diffusi alcuni dati sulla composizione e sui quantitativi raccolti nei principali fiumi, ma trascurando un po' la Dora: NICOLIS DI ROIBILANT (1786) si limita a dire, nella sua nota pubblicazione, che anch’essa trasporta dell’oro, da Montjovet fino alla confluenza nel Po; BALBE, nel 1786, rimanda all’Autore precedente e aggiunge di averne avuto anche lui delle indicazioni assai circostanziate, ma non ci dice quali.

Successivamente, BARELLI (1835) scrive che nella Dora veniva raccolto "oro nativo, di pesca … tanto sopra, quanto sotto del ponte di Rondissone". Fra il 1844 e il 1857 furono venduti, alla Zecca di Torino, 19,300 chili di "oro di pesca" proveniente dalla Dora Baltea, 16,600 provenienti dall’Orco, 7,400 provenienti dal Po, e si trattava ovviamente, come rilevato al tempo, soltanto di una parte di quello raccolto (DESPINE 1858). Nel 1864 Antonio Nervia cercava oro nel torrente Ugliano di Villareggia; nel 1893 l’ing. J. Bousquet otteneva, per conto di Ernesto Pourtanbarde, il permesso di estrarre sabbie aurifere nella località Rocca di San Michele o Rocca Pelata in comune di Mazzé (Arch. Museo Storico Oro Italiano).

La Dora Baltea viene espressamente citata, nella Rivista del Servizio Minerario del 1870, fra i fiumi alpini nei quali, notoriamente, si trova e si raccoglie oro. JERVIS (1874) accenna alla presenza di “oro nativo in pagliuzze” nei comuni di Mazzé e di Rondissone, ma specifica che si tratta di quantità insignificanti. Questo non ha impedito il perdurare della raccolta a scopo economico, in alcuni punti del fiume, fino a tempi recenti: negli anni della seconda guerra mondiale un cercatore di Rondissone confidava che la sua famiglia ne raccoglieva, da generazioni, in un punto in cui “…si genera di continuo”, e aggiungeva che il fiume deve il proprio nome all’oro contenuto (LEVI 1975).

La cattiva reputazione dell’oro della Dora è dovuta alla sua estrema finezza, causata dal continuo rimaneggiamento usurante di quello, già fine, sfuggito ai lavaggi antichi e trascinato sempre più a valle. Nel corso delle mie ricerche (PIPINO 1982, 1984) ne ho potuto constatare la discreta abbondanza in alcune “punte” presso Rondissone, da una delle quali ne ho visto recuperare circa 8 grammi in un giorno, seppure in polvere quasi impalpabile.

 

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