Sito di Zappetta Gialla sull'Oro.

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Persone di Ieri

 

 

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pubblicazione di Miniere d'Oro(2003) web.tiscali.it/minieredoro(2004) www.minieredoro(2006 / 2023)

 

 

CARLO VAUTERO (località Feletto). Citando i Vautero ci si trova nella vera e propria elite dei pescatori d'oro canavesani: si tratta di una famiglia in cui la pratica di questo attività trova probabilmente radice già dal tempo di loro ormai dimenticati antenati. Carlo (1906-1976)  era noto sin da ragazzino col soprannome di "Gat" per via della sua indole vivace e spericolata. La guerra lo costrinse a varie vicissitudini, tra queste anche quella di dover lavorare come minatore in Germania, ma lì ci restò giusto il tempo necessario a trovare un modo di fuggire, cosa che fece, tornando quindi in Italia a fare il partigiano e a dedicarsi alla sua amata Eva d'Or, cioè il fiume Orco.

Sul fiume ci si recava con i figli Pierino e Giovanni: quest'ultimo (che inoltre ha proseguito brillantemente sino ai giorni nostri la tradizione di famiglia) ricorda quelle giornate trascorse sulle "punte" e racconta che lavoravano solitamente in due gruppi: quello composto dai due figli, insieme ad un amico, e quello costituito dai "vecchi", che erano Carlo, Antonio Frola e Antonio Bonomo. Inutile dire che i due gruppi erano sempre in combattiva e affabile concorrenza.

Durante l'inverno solitamente partiva, anche per più giorni, alla volta dei fiumi del biellese, dormendo un po' dove capitava ed offrendo anche la propria mano d'opera nelle cascine in cambio di alloggio e qualcosa da mangiare. Il tempo che gli restava libero lo trascorreva sui fiumi, a setacciare: questo girovagare era cosa consueta a molti cercatori perché in realtà non aveva il solo scopo del trovare un po' di oro, ma soprattutto alleggeriva la casa di una bocca da sfamare. Non erano tempi facili. A tal proposito il figlio Giovanni ci racconta che suo padre da giovane (negli anni '30) era così povero che quando si sposò poté offrire alla sposa solo un anello di ferro e che quando in seguito riuscì a realizzare due vere fedi d'oro, nel frattempo era  sopraggiunta la guerra e dovette darle alla Patria.

 

DOMENICO VOTA (San Benigno). A parlarci di quest'uomo, nato nel 1874 e morto nel 1956, è la figlia Maria: " il soprannome a mio padre venne dal fatto che, emigrato in America a lavorare nelle miniere di carbone, nei giorni liberi andava a pescare nell' Oceano e un giorno catturò un delfino...La permanenza americana di mio padre durò 13 anni: era sposato ed aveva avuto nel 1899 un figlio, Francesco, e per mantenere la famigliola aveva dovuto partire. Tornò alla vigilia della guerra mondiale e dal 1914 al 1919 ebbe altri tre figli. Fu richiamato per la guerra, ma poi inviato a casa quando Francesco venne di Leva: Francesco ritornò dal conflitto talmente malandato che non si riprese più e morì, per malattia contratta sul fronte, dieci anni più tardi. Anche l'altro mio fratello, Marco, verrà ucciso dalla guerra: alpino in Albania, nel 1941 subirà congelamenti così gravi che lo uccideranno nel giro di pochi giorni.

Mia sorella Caterina ed io aiutammo mio padre a cercare oro, ma solo da bambine perché a 12 anni eravamo già in fabbrica e con orari impossibili. D'autunno saltavamo la scuola e papà ci portava ad aiutarlo: perché mio padre era contadino, ma il terreno che lavorava lo aveva in affitto e quando si avvicinava novembre bisognava pagare e di soldi non ce n'erano. Mio padre allora andava a cercar oro tra le località di San Rocco e San Emiliano. Si partiva prima dell'alba,con la carriola, i soliti strumenti, qualche patata ed un boccettino d'olio d'arachide. A mezzogiorno si sarebbe poi acceso un fuoco (anche per scaldarci) per far bollire le patate e quello era tutto il nostro pranzo". 

Dopo una bella camminata ed aver individuato un andito promettente, mentre Maria sgombrava il terreno dalla pietre più grosse Domenico preparava il ponte e piazzava la canaletta, ma la punta era solitamente distante decine di metri dall'acqua ed occorreva tracciare anche un sentierino per farvi correre la carriola a trasportare al ponte, per tutta la mattinata, la sabbia già setacciata. Al pomeriggio la figlia Maria faceva scendere a poco a poco la sabbia alla canaletta, infine il lavoro con il gave (batea): e tutto per pochi grammi, in ogni caso mai oltre i venti. Per invogliare la figlia le diceva che le avrebbe comprato gli orecchini, ma non ce la fece mai: scendeva a Torino a vendere il suo oro e poi portava i soldi ai padroni della sua terra. Gli anni passarono e durante l'ultima guerra ad aiutarlo ci pensò il marito di Maria, Giovanni Notario, ma quando questi morì alla sola età di 34 anni, Giovanni non volle più saperne di andare per oro. Sei anni dopo toccava a lui andarsene per sempre.

 

canaletta del canaves eper cercare oro VITTORIO GHIGLIONE (Castellamonte) noto con il soprannome di Ceiu, faceva che che gli capitava: fu contadino, cavatore di terra, pescatore d'oro e raccoglitore di bacche di ginepro. Ebbe sei figlie, di cui tre morte ancora bambine; delle altre, una è la signora Maria che gentilmente ci ha reso partecipi di 

questi suoi ricordi: "...In autunno partivamo

 La classica canaletta canavesana

di mattina presto, lui e noi ragazze per recarci a piedi a Monti Pelati di Baldissero a raccogliere bacche. La Domenica mattina, si partiva di nuovo, sempre a piedi, fino ai cascinali di San Martino Strambino, Perosa, Scarmagno, Romano. I contadini compravano volentieri le nostre bacche, un toccasana contro le indigestioni dei bovini. Il prezzo era di due lire il coppo e di quattro lire la minella ( cioè una "emina" piccola).

Quanto detto sopra rende l'idea sul modo di vivere (siamo negli anni venti...) o, meglio, di sopravvivere delle povere famiglie di 60 o 70 anni fa. In quella del Ceiu i pochi soldi entravano dunque anche con l'oro che egli andò però ben poche volte a cercare nell'Orco perchè  lo trovava invece in due ruscelli che scendono poco distanti dalla Casa Talentino: uno presso la Ca' Cresto, l'altro  a pochi passi, il rio Pagliero, che in realtà era sempre quasi asciutto: ma quando c'era un temporalaccio il ruscello si gonfiava a torrente. Dopo queste piogge il Ceiu, alla prima domenica, andava a pescare oro, spesso portandosi come compagnia e aiuto una delle figlie allora bambine. E così ora Maria ricorda quel lavoro, che iniziava con l'eliminazione della sabbia terrosa di superficie e l'estrazione di quella più profonda per farne un mucchio; e poi 'l'uso della "canal", che dalla descrizione che ce ne viene fatta era diversa da quello usate oggi, non avendo le liste o gli incavi lineari, ma piuttosto dei buchi sparsi senza un ordine preciso. "Diceva papà Ceiu, il segreto è qui: gli altri cercano l'oro e non lo trovano perché non hanno la canalina adatta e non sanno piazzarla a dovere".

La sabbia raccolta nella canalina passava nella "scuèla", cioè nella batea analoga a quella usata oggi (ma in legno) ed infine la sabbia arricchita veniva posta in quel mezzo corno di bovino di cui si trova talvolta menzione in vecchi scritti, ma non più usato oggi. Risulta che il Ceiu infine separasse manualmente le pagliuzze più grosse, mentre sottoponeva quelle più piccole e la polvere alla amalgamazione con mercurio: tolta l'impurità affiorante dall'amalgama poneva il residuo in un cucchiaio metallico, che veniva scaldato; in un pezzo di tela ("tibe' nero", specifica la signora Maria) l'amalgama, strizzato in questa specie di filtro, permetteva all'oro di uscirne puro. La pesca, si protraeva per 4-5 domeniche successive, dopo ogni temporale violento; l'oro veniva venduto a uno degli orefici di Castellamonte (Allaire o Enrietti) e rendeva da 10 a 12 lire in tutto.

Chi cerca oro nel Pagliero oggi non ne trova più.
 

GIACOMO CHIAVENTONE  (di Rivarolo). ...e gli occhi vivacissimi di quest'uomo dal corpo invecchiato da mille fatiche e forse soprattutto dalla tremenda esperienza dei lager nazisti rilucono nel ricordo del giorno in cui l'assaggio di una punta fece brillare nella batea una quantità mai vista di pagliuzze. Fu un avvenimento eccezionale che durò pochissimi giorni, ma che fruttò la media di alcuni grammi per ogni ora di lavoro.

Nato nel 1910, a 12 anni si era aggregato ad un gruppo di cercatorei felettesi; voleva imparare il mestiere e l'unico modo per riuscirci consisteva nel faticare gratuitamente a portar secchi di sabbia, a spostar pietre, a fare le "storte" di alimentazione delle canalette e tutto questo "guardando bene", perché quella era l'unica, seppur preziosa, paga per la sua fatica. E imparò così bene che attaccò il suo entusiasmo anche al padre muratore ed iniziarono così insieme ad alternare i due lavori.

Giacomo Chiaventone di oro ne ha cavato parecchio dalle sabbie dei torrenti canavesani e biellesi: ne trovò di bello nel Ceronda,, passò settimane sull'Elvo o sul Cervo, fece puntate qua e là sino al Ticino, ma l'Orco era il suo preferito, soprattutto nella zona compresa tra Salassa e Rivarolo.

Spirito un po' ribelle e libertario, non amava il lavoro dipendente, che d'altra parte la prepotenza politica di allora gli negava; gli offrì però il servizio di leva, il richiamo, un soggiorno con il IV Alpini in Iugoslavia e la lunga dolorosa prigionia in Germania, dalla quale si riprenderà faticosamente.

Ma la vocazione per la pesca dell'oro non l'aveva mai abbandonato e la sua attività proseguì infatti fino ai giorni nostri, quando dovette interromperla per motivi di salute. I suoi ricordi ci portano a giornate difficili che hanno ben poco da spartire con lo svago del cercatore amatoriale di oggi: ci parla delle erbacce raccolte per coprire la punta affinché il freddo della notte non le gelasse, e quando questo non bastava perché il gelo avrebbe bloccato comunque ogni ricerca, si andava allora a pescare sabbia direttamente dentro all'acqua corrente, con tecniche particolari e più difficili.

 

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