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un racconto intrigante

                                         

 

 

pubblicazione di Miniere d'Oro(2003)   web.tiscali.it/minieredoro(2004) www.minieredoro(2006)   

La traduzione di questo testo è opera di una laureanda la quale mi ha gentilmente permesso d'inserire nel Sito detto suo lavoro di studio che fa parte di un analisi per una tesi di laurea specialistica in mediazione linguistica per le imprese, la comunicazione internazionale e il turismo.

 

Lupi solitari alla ricerca dell'oro

 

Jorge Gesell, uno degli ultimi cinque pionieri che estraggono il metallo prezioso nella Terra del Fuoco cilena

 

 

Un fuoristrada scassato fa capolino da dietro una curva di una strada bianca nei dintorni di Porvenir, un centro di cinquemila abitanti nella parte cilena della Terra del Fuoco. Rimbalza violentemente sopra le buche, e quando mi raggiunge, frena bruscamente alzando un polverone. Prima che la polvere sparisca, la testa di uomo con la barba grigia e i capelli spettinati dello stesso colore, si affaccia dal finestrino e mi chiede: “Ha visto un puledro color burro?”. Un po’ stranito rispondo negativamente. A quel punto, la testa di un bimbo di otto anni appare sotto a quella dell’uomo per aggiungere: “E’ color burro come il foraggio secco! Mi è scappato!”.

Beh, mi dispiace ma non ho visto nessun puledro di nessun colore.”

E già che ci sono, ne approfitto per chiedere:

“E voi sapete se questa è la strada che va alla miniera di Jorge Gesell?”

L’uomo risponde:

“Si, vengo da lì, sono Jorge. Mi cercava?”

Rispondo di sì. Gli spiego che ho sentito che c’è ancora qualche cercatore d’oro vecchio stile in quella zona, e che in paese mi avevano parlato di lui.

“Allora salga in macchina e ci aiuti a cercare il puledro, che poi andiamo alla baracca e le mostro com’è il mio lavoro. 

Neanche il tempo di salire che il bimbo esclama:

“Anch’io mi chiamo Jorge. Lei come si chiama?”

“Mi chiamo Jordi, che vuol dire...Jorge!”

Mi spiega che teneva il puledro legato con una corda, ma l’animale, dopo essersi liberato se n’era andato trotterellando. Ecco quindi tre Jorge rimbalzare nell’abitacolo di una vecchia macchina, su una strada polverosa e piena di buche della Terra del Fuoco, alla ricerca di un puledro color burro.

Dopo più di un’ora di vana ricerca, Jorge, il padre, arriva alla conclusione che, se non l’ha rubato nessuno, il puledro ritornerà non appena si sentirà solo. È ora di tornare al Cordon. Il Cordon Baquedano, nome che qui indica la catena del Boqueron, è una modesta cordigliera con altezze intorno ai seicento metri, situata a trenta chilometri ad est di Porvenir. Lì si trovano gli ultimi cercatori d’oro della Terra del Fuoco. Solo cinque uomini, mi dice Jorge, che, a suo tempo, si stabilirono ognuno per conto suo in corrispondenza di diversi chorrillos (sorgenti) indispensabili per lavare la terra nella ricerca del metallo prezioso. 

Per prima cosa, lasciamo il bimbo a casa di sua madre. Per strada, Jorge mi spiega che è separato da diversi anni. Sua moglie lo ha lasciato per un’altro, ma è arrivato alla conclusione che sta meglio da solo. Si dedica a quest’attività da quando aveva vent'anni, e adesso ne ha quarantotto. La maggior parte dell’anno vive nella sua baracca, anche se l’inverno lo costringe spesso a passare la notte in una casetta che ha a Porvenir.

Dopo 32 km di luoghi sferzati da un vento indemoniato, arriviamo alla baracca. Ci abbiamo impiegato più di un’ora, perchè una ruota è scoppiata per la troppa velocità e per le cattive condizioni della strada.

 

Casa, parca casa

La baracca è una casupola scavata in un versante del Cordon. Il tetto è coperto con champa, strati di terra ed erba che assicurano un efficace isolamento termico. L’abitazione è costituita da una sala da pranzo con un tavolo e una stufa a legna che serve da piano cottura, e da una stanza con due letti. In tutto ha una superficie di circa venti metri quadrati.

Prendiamo del tè e del pane per riscaldarci, e subito dopo andiamo al pique, il canale di scavo da dove estrae l’oro. L’acqua del chorrillo si deposita in un bacino che, una volta pieno, si apre in modo che il liquido passi con forza per il canale di lavaggio, portando via la terra e lasciando l’oro, molto più pesante. Jorge mi racconta che, ultimamente, piove molto poco. Il suo chorrillo porta così poca acqua che ci vuole un giorno intero prima che il suo bacino si riempia. 

Mi invita a rimanere nella sua baracca per assistere al procedimento il giorno seguente. Ovviamente, accetto entusiasta. Si fa già buio e la temperatura inizia a scendere. Ci stringiamo attorno al calore della stufa a legna, mentre parliamo di come ha avuto inizio l’estrazione dell’oro nella regione. 

Tutto cominciò nel 1879, quando il tenente dell’Armata Cilena Ramon Serrano Montaner intraprese un’esplorazione nella Terra del Fuoco su incarico del Governo per scoprire quali potenziali benefici avrebbe comportato la colonizzazione della zona. Mentre risaliva il versante nord della Catena del Boqueron, Serrano Montaner trovò giacimenti auriferi in un fiume che battezzò “dell’Oro”. Ma, non essendo accompagnato da esperti in materia, non fu in grado di redigere un rapporto affidabile. L’anno dopo, un’altra spedizione confermò la sua scoperta. I riscontri, abbastanza positivi, scatenarono una piccola febbre dell’oro a Punta Arenas. Inizialmente, arrivarono soltanto una manciata di uomini, ognuno per conto suo. Ma con il passare del tempo, accorsero impresari con concessioni in regola e la pretesa di uno sfruttamento molto più organizzato. In ogni giacimento lavoravano una ventina di uomini, che raccoglievano circa sessanta grammi d’oro al giorno.

Alla fine del XIX secolo, nella Sierra del Boqueron si contavano oltre trecento cercatori per un totale di cento chilogrammi di oro a stagione.

Fu solamente una “mini febbre dell’oro”, tuttavia richiamò anche alcuni europei in cerca di fortuna. Il più famoso fu Julius Popper, un ingegnere di miniera romeno che emigrò in Argentina alla fine del 1884, attirato dalla scoperta dell’oro nei dintorni dello Stretto di Magellano. All’inizio ne trovò soltanto misere quantità, ma riuscì a convincere un gruppo di capitalisti a fondare la Compagnia Anonima di Lavatori di Oro del Sud. Più tardi, si spostò nella zona orientale della Terra del Fuoco, ancora inesplorata, con la speranza di ottenere risultati migliori. Questa volta la fortuna lo assisté e fu così che diede inizio ad un’attività in un luogo che chiamò il Paramo a causa della sua desolazione. Pioniere dell’estrazione meccanica con la “trebbiatrice dell’oro” e altre macchine di sua invenzione, nei tre anni trascorsi lì, riuscì ad estrarre intorno ai 602 mila chilogrammi di oro. 

 

Refrattaria all'industria

Agli inizi del XX secolo, l’arrivo degli statunitensi con esperienza nelle laverie della California favorì la meccanizzazione dei giacimenti. Malgrado ciò, la quantità dell’oro presente non fu sufficiente per rendere redditizia l’attività e, poco a poco gli sfruttamenti sparirono, lasciando solo singoli cercatori ad estrarre il metallo prezioso artigianalmente.

Durante la cena, Jorge mi spiega che, fino al 1980, in zona c’erano 150 pirquineros (cercatori), con mogli, figli e perfino qualche dipendente. Ma le comodità del mondo moderno hanno fatto in modo che diminuisse sempre di più la gente disposta a tanto sacrificio. Oggi ne restano appena cinque.

“Ma mi guadagno bene da vivere. Se no, perchè continuerei a restare qui? Beh, perchè si guadagna abbastanza.”

Poi mi spiega che raggiunge una media di 750 lucas al mese, circa mille euro. Può sembrare poco, ma è quattro volte di più di quanto guadagnano la maggior parte dei lavoratori della regione. Una volta, Jorge vendeva l’oro a Porvenir, ma da quando ha scoperto che lo fregavano sul prezzo va a Punta Arenas, dove conclude affari migliori. 

L’indomani è nuvoloso e sembra che stia per piovere da un momento all’altro; sarebbe un bene per il “chorrillo”. Il bacino è pieno così Jorge apre la saracinesca e l’acqua esce a fiotti, inondando il canale di lavaggio. Senza perdere tempo, prende un piccone e aiuta l’acqua a grattare le pareti del pique, mentre blocchi di terra cadono nel canale e si frantumano grazie all’azione della corrente. Le pietre più grandi le toglie con una forca e, quando la roggia si svuota, continua con le mani. Se non piove, dovrà aspettare domani per ripetere il procedimento che, quando piove, ripete fino a tre volte al giorno.

Poi mi mostra la sua challa, il piatto che tira fuori dal canale di lavaggio per verificare se si è depositata polvere d’oro sul fondo del pique. Dopo settimane di lavoro, durante le quali il fondo del canale ha continuato a riempirsi ininterrottamente, è arrivato il momento di estrarlo. “Pique lungo, paga” dice Jorge. Allude al fatto che lavando un pique sufficientemente grande, è improbabile ottenere scarsi risultati. Lui, lavora con piques di 3 metri di larghezza per 280 metri di lunghezza. La profondità coincide con la posizione della roccia madre che qui si trova a quattro metri di profondità. In questo volume di terreno, c’è approssimativamente un quarto di chilo d’oro.

Jorge va alla baracca per cambiarsi i vestiti inzuppati. Nel vederlo mentre si allontana, piegato contro il vento, penso che, così come l’acqua si porta via la terra e lascia l’oro nel canale di lavaggio, il vento di questi luoghi desolati si porta via tutto quello che hanno di superfluo i loro abitanti. In questo modo, nascono caratteri indipendenti, che scelgono di guadagnarsi da vivere ai confini del mondo. Senza dipendere da nessuno.

     

 

Articolo apparso  sulla rivista monografica spagnola Altair e tradotto in italiano da Licia nell'ambito dei suoi studi universitari.

   
 
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