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| Elaborazioni ed estratti autorizzati dei
testi del dott. Pipino, con eventuali note aggiunte di Z.G: per
approfondimenti più colti si consiglia senz'altro
l'Originale. |
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IL BANCO.
Il banco è lo strumento antico fondamentale da cui derivano, con
ingegnosi, graduali e molteplici interventi, le
canalette o scalette
usate oggidì. Esso era costituito da due o tre tavole di legno
accostate, con una sponda rialzata a destra ed una a sinistra. Queste
assi, già ruvide per la loro natura stessa, venivano inoltre intagliate
fittamente a colpi d'ascia per creare ostacoli allo scorrimento della
sabbia e "trappole" per il deposito dell'oro. Lo strumento, posizionato
sulla riva come da foto, era tenuto rialzato da terra tramite sostegni in
legno flessibili che consentivano di farlo periodicamente dondolare agendo
con una mano sulle sponde, operazione questa utile a far scivolare in
basso il materiale più grossolano mentre, contemporaneamente, l'oro si
depositava negli intagli. Una persona vi caricava il materiale da lavare
con la pala, un altro vi versava sopra abbondante acqua con un secchio
fissato ad un lungo bastone trasversale detto sucon, nome che
ricorda la zucca cava che si usava ai primordi; il bastone era necessario
per poter raggiungere agevolmente tutti i punti del banco senza ostacolare
l'operazione di caricamento. Durante il lavaggio, la ghiaia e la sabbia
leggera scivolavano velocemente verso il basso, mentre il concentrato
pesante restava intrappolato negli intagli e, come già accennato, di tanto
in tanto si faceva dondolare il banco per agevolare lo scarico dello
sterile; periodicamente occorreva inoltre eliminare il materiale che si
era ammucchiato ai piedi del banco, o meglio ancora spostare lo strumento
in altra posizione, vicino ad una zona ancora da lavare. |
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Alla fine della giornata, o comunque quando si riteneva
che il banco fosse saturo, questo veniva girato e posto verticalmente in
un canaletto di legno lungo e stretto, chiamato conchino, e
aiutandosi con dell'acqua ed una spazzola vi si faceva cadere il
concentrato, il quale subiva già un primo lavaggio di arricchimento nel
conchino stesso agitandolo a pelo dell'acqua con movimenti avanti-indietro
in modo da eliminare le parti più leggere, poi si faceva scivolare il
residuo nel bacile, detto anche trula. |
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LA TRULA.
Se in molte parti d'Italia e all'estero, per lavare il
concentrato aurifero erano in uso
strumenti che, pur variando tra essi di dimensioni o struttura a seconda
dei luoghi avevano comunque le caratteristiche sostanziali della Batea che
usano i cercatori d'oro amatoriali di oggi, sul
Ticino invece (specie nella zona
di Oleggio) si usava assolutamente la trula, e questo fino a non
molti anni fa; l'immagine qui a sinistra (come la seguente è per gentile
concessione del dott.
Pipino) ne riporta un esemplare di cui manca il manico che va
appunto inserito nel rilievo centrale posto a monte della Trula.
Come si può notare, si tratta in sostanza di una grossa paletta in metallo
che, quando munita del suo lungo manico di legno verticale, ricorda
un po' quei raccogli-spazzatura con lunga impugnatura
perpendicolare. La
paletta, lunga dai trenta ai trentacinque centimetri e larga poco meno, ha
sponde più alte rispetto al bacile suo simile (altro attrezzo
oramai in disuso), in genere cinque o sei
centimetri e queste formano, in ciascuno dei due angoli posteriori, una
"orecchietta" o canalino di scolo che a lavoro ultimato
serviranno per versare l'oro in altro contenitore. Al centro del lato riguardato
dalle orecchiette è saldato, esternamente, un supporto di ferro atto ad
inserirvi il manico di cui sopra. Nella foto seguente e che riprende un vecchio
cercatore di Oleggio (Giovanni Valentini), viene mostrato come la si
usava: una volta immessovi il
concentrato da lavare, l'attrezzo veniva immerso a pelo d'acqua, dopodiché si agiva
con movimenti di immersione ed emersione, inclinazione e raddrizzamento,
periodiche scosse,
finché quasi tutti i minerali fuoriuscivano dalla trula e rimaneva solo
l'oro. Queste operazioni venivano eseguite impugnando ovviamente
l'attrezzo per il suo manico e stando in piedi nell'acqua, leggermente
curvati sia per controllare al meglio il processo, sia per il peso dato
dall'insieme: si trattava infatti di un'operazione senz'altro scomoda e
faticosa, anche perché richiedeva un bel po' di tempo. Una volta isolato
del tutto, l'oro veniva infine versato in un recipiente servendosi come
già detto di uno
dei suoi canalini angolari di scolo.
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Nel
canavese invece, i cercatori d'oro preferivano usare il
Piatto, che a quei tempi era completamente in legno, concavo
all'interno e che finiva a cuneo (cappello cinese) perché non disponeva del classico fondo piano che caratterizza le
nostre batee
attuali. Fu solo con l'avvento della plastica che finalmente diventò
tutto più facilmente sagomabile e realizzabile anche nei minimi
dettagli al fine di poter soddisfare al meglio le esigenze dei
cercatori d'oro attuali.
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